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Zaha Hadid e le scenografie di Metapolis II sul NYTimes:

[...] An experimental dance maker known for his preoccupation with cities, technology and mixing art forms, Mr. Flamand, 60, approached Ms. Hadid, 56, in 1999 after admiring her kinetic designs. “Zaha’s architecture is based on movement,” he said in a recent phone interview from London. “She creates a very fluid space and continuous transformation. We wanted to make the dancers dance, of course, but to make the space dance too.”

To that end Ms. Hadid created three translucent aluminum bridges that the dancers not only slide around into new configurations but also dance inside, and over. “They become landscape pieces,” she said in a phone interview from London, and create sculptural forms that unfold from the stage, just as the dancers do as they move through space. [...]

(una recensione anche sul NY Post, al cui critico il balletto non è piaciuto un granché ma salva la scenografia.)

Qui c’è anche un filmato del balletto in cui si vedono i ballerini che “interagiscono” con le strutture progettate dalla Hadid.

La “creatura” di Julian Schnabel al Greenwich Village, New York: un edificio di 17 piani in “stile mediterraneo (dice lui, ma io qui in giro non ho mai visto una roba simile…), completamente rosa magenta:

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(foto © Toni Dalton - The Villager)

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Heatwave” di Joris Laarman per Jaga.

Secondo voi è possibile sorbirsi la visione di un film insignificante solo perchè ci piacciono le scene degli interni (delle quali, tra l’altro, non trovo in rete nemmeno un’immagine)?

Beh, io lo sto facendo

Usiamo le lampadine fluorescenti compatte, spegniamo gli apparecchi elettrici anziché lasciarli in stand-by, ricicliamo plastica e carta, riusiamo tutto il riutilizzabile, ci professiamo fervidi sostenitori dell’architettura “verde”…

…ma comunque fa sempre un po’ impressione ricevere un’email da Al Gore (ok, lo so che non è stato proprio lui a mettersi lì al computer, a ticchettare sulla tastiera e poi a premere “send“, però… vabbè.).

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Santiago Calatrava, autore del Chicago Trophy, il trofeo in bronzo che andrà in premio alla squadra che vincerà l’annuale torneo internazionale organizzato a Chicago: la scultura è stata realizzata sul modello dei piedi di Sophia, la figlia undicenne dell’architetto-ingegnere-scultore…

I love seeing design opportunities where most people only see problems.

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Michelle Brand crea i suoi pezzi di design riutilizzando i fondi delle bottiglie di plastica:

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io (leggendo il titolo di questo post): ho avuto un momento di dislessia, avevo letto “harry potter e l’ordine dell’esselunga”…

rem: perchè non “HP e la pietra Ipercoop”, “HP e il prigioniero di Auchan”?

io: HP e il calice di Tavernello; HP e la camera doppia ammobiliata Piazza Bologna 500 euri a posto letto solo studenti referenziatissimi; HP e l’ordine degli Architetti di Roma e Provincia

rem: “HP e l’ordine degli Architetti di Roma e Provincia…” è fantastico come titolo e poi allude a un mondo che mica per scherzo è popolato da streghe, orchi e maghi

io: infatti mica l’ho detto così a caso…

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Uhm… no, grazie.

Cosa succede/succederà alle archistar quando si trovano/troveranno sul viale del tramonto?

Consider for a moment the plight of the stars. You do some work, you work the press, you aspire and achieve, the world embraces you—you’ve arrived!—and then, as surely as a pendulum swings, the environment around you changes. First there’s just a hint, an inkling of a shift. No more, it seems, are your projects and pronouncements guaranteed to resonate. Attention wavers; you find fewer column inches devoted to your genius. There’s more dissent (those pesky blogs!)—there’s even evidence of a subtle mainstream impatience with the starchitect model itself... >>

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